Assenteismo: 21 dipendenti assolti. E se le prove fossero state diverse?

“Risultava regolarmente presente al lavoro ma si allontanava dall’ufficio per 4-5 ore al giorno tornandosene a casa”. Questo il titolo dell’ultima notizia – apparsa su Repubblica solo pochi giorni fa – riguardante un 49enne tecnico dell’Istituto Nazionale di fisica nucleare di Frascati reo, secondo il Gip di Velletri, di “assenteismo abituale”.

E non si tratta dell’unica notizia sull’argomento delle ultime ore. Proprio la scorsa settimana il Tribunale di Agrigento ha assolto 21 dipendenti pubblici del Comune di Camastra che nel 2012 erano stati accusati di assenteismo perché durante le ore di lavoro si allontanavano regolarmente dall’ufficio. Ma secondo il giudice “il fatto non sussiste per l’accusa di interruzione di pubblico servizio”.

E qui la domanda sorge spontanea: e se le prove fossero state diverse?
Cosa lega, secondo voi, le due accuse di assenteismo e il giudizio del tribunale?

Secondo la legge italiana, dimostrare l’assenza ingiustificata non è sufficiente per poter licenziare il dipendente per giusta causa. E’ necessario dimostrare con prove certe che il comportamento del lavoratore abbia interrotto il rapporto fiduciario con il datore di lavoro.

Ed in ogni caso, è possibile imbattersi in due conseguenze: quando può essere provato che il dipendente abbia interrotto il rapporto fiduciario con un comportamento grave allora egli può essere licenziato per giusta causa. Quando, invece, si verifica un inadempimento degli obblighi contrattuali che può arrecare danno all’azienda, sia da un punto vista economico che organizzativo, allora il dipendente può essere licenziato per giustificato motivo.

L’ordinamento italiano prevede che spetta al datore di lavoro provare la giusta causa del licenziamento ed è per questo che richiedere la consulenza di un investigatore in grado di trovare le risposte alle domande giuste, con prove certe e verificabili, si ritiene, ad un certo punto, indispensabile.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 8373, pubblicata il 4 aprile scorso, ha sancito che il datore di lavoro può ricorrere ad un’agenzia investigativa per accertare il mancato svolgimento dell’attività lavorativa da parte dei dipendenti.

La Corte ha anche ribadito che è lecito avvalersi di investigatori se il loro operato non è rivolto a verificare le modalità di esecuzione dell’attività lavorativa vera e propria.

Ma quali sono i costi per le aziende e le pubbliche amministrazioni in caso di assenteismo di un dipendente?

I costi dell’assenteismo per un azienda riguardano la produttività stessa dell’azienda, l’organizzazione del lavoro e l’immagine percepita sia all’esterno che all’interno.

C’è ancora un dislivello importante tra i costi per l’assenteismo nella pubblica amministrazione e quelli per il settore privato. Nel primo si parla di quasi il 10% sul totale delle ore lavorabili e nel secondo di quasi il 7%. Secondo un report pubblicato su Il Sole 24 Ore, peraltro, si stima che se il settore pubblico dovesse arrivare ai livelli percentuali uguali a quello privato il risparmio per le casse dello Stato ammonterebbe a circa 3,7 mld di euro.

Cosa fa l’investigatore privato in questi casi?

L’agenzia investigativa incaricata suddivide il suo operato in tre fasi:

  1. raccolta di informazioni corrette e valide
  2. pianificazione del lavoro e acquisizione del materiale probatorio
  3. stesura del dossier investigativo conforme all’attuale normativa giuridica

​Chi paga l’investigatore?

Resta solo sottolineare ai nostri lettori che i costi processuali, tra cui quelli relativi all’utilizzo di un consulente come un Investigatore Privato, sono imputati al dipendente infedele in caso di conferma dell’illecito in sede giudiziaria.