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Deep Web e Dark Web: cosa sono e pericoli per la sicurezza

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| Luca Lampis | Cybersecurity

Quando si parla di dark web e deep web pericoli, l’errore più comune è immaginare “un posto oscuro” dove si finisce con un clic. In realtà, stiamo parlando di livelli diversi della rete, con funzioni diverse: una parte è semplicemente “non indicizzata” (e spesso assolutamente legittima), un’altra è intenzionalmente anonima e quindi più esposta a truffe, mercati criminali e attività di cybercrime.

Capire questa distinzione è il primo passo per ridurre i rischi, proteggere la privacy e, se serve, attivare azioni investigative e di tutela.

Deep Web e Dark Web: differenze, miti e perché conta saperle distinguere

Prima di parlare di pericoli, serve chiarezza terminologica: la confusione tra “deep” e “dark” è ciò che alimenta ansia, false credenze e comportamenti rischiosi. Qui sotto trovi i concetti essenziali e come leggerli in modo realistico.

Surface Web: la parte visibile

Il Surface Web è ciò che i motori di ricerca indicizzano: siti pubblici, notizie, e-commerce, social. È “la punta dell’iceberg”, ma non perché sia più sicuro: semplicemente è più visibile e monitorabile.

Deep Web: “non indicizzato” non significa “illegale”

Il Deep Web include contenuti non indicizzati per motivi tecnici o di accesso: home banking, webmail, portali aziendali, cartelle cliniche, database e archivi. Per questo viene spesso stimato come la porzione più grande del web (le percentuali variano molto a seconda di come la si misura). L’idea chiave è: il deep web è soprattutto privacy e accesso controllato, non “criminalità”.

Dark Web: il sottoinsieme “volutamente anonimo”

Il Dark Web è un sottoinsieme del deep web accessibile tramite reti e strumenti progettati per l’anonimato (es. Tor, I2P, Freenet). Qui convivono usi legittimi (protezione di fonti, dissidenti, giornalisti) e usi illeciti (mercati neri, forum criminali, scambio di dati rubati).

Tor e anonimato: protegge, ma non rende “invisibili”

Molti dubbi ruotano attorno a Tor: “Se uso Tor sono anonimo?” “Il mio provider vede qualcosa?” “Mi mettono in una lista?”. La risposta corretta è più sfumata: Tor riduce la tracciabilità, ma non elimina i rischi se l’utente commette errori o se entra in scenari ad alta esposizione.

Come funziona (in breve) l’onion routing

Tor usa l’onion routing: il traffico passa attraverso più nodi e più strati di cifratura, così nessun singolo nodo conosce origine e destinazione insieme. L’idea nasce negli anni ’90 e si è evoluta fino alla rete Tor moderna.

“Tor mi rende invisibile?”: i punti critici più ignorati

Anche con Tor, restano rischi concreti:

  • Fingerprinting e configurazioni non standard (estensioni, font, risoluzioni) possono rendere riconoscibile un dispositivo.

  • Se accedi a profili personali (email, social), colleghi identità e sessione.

  • I nodi di uscita possono vedere il traffico non cifrato verso il sito finale: per questo l’HTTPS resta cruciale.

I pericoli reali: non è “il dark web in sé”, ma cosa ci gira intorno

Qui rispondiamo ai dubbi più frequenti (“mi hackerano solo entrando?”, “posso finire nei guai anche solo guardando?”) con un approccio pragmatico: cosa è davvero probabile e cosa è mito.

Malware, exploit e “drive-by”: perché il rischio aumenta

È possibile subire compromissioni anche senza “scaricare consapevolmente”, perché alcuni ambienti sono più favorevoli a:

  • siti-trappola, phishing e download “gratuiti” infetti;

  • catene di infezione legate a attacchi informatici più ampi (es. dropper/stealer → accesso iniziale → ransomware).

In ottica di cybersecurity, la regola non è “mai”, ma “riduci la superficie”: dispositivi aggiornati, niente software non verificato, attenzione ai file (documenti inclusi).

Truffe, ricatti e finte “garanzie”: la faccia più comune

Molti utenti cercano “mercati affidabili”, “servizi reali”, “motori di ricerca onion”. È proprio questo il punto: nel dark web la truffa è strutturale. Marketplace e forum imitano l’e-commerce con recensioni ed escrow, ma:

  • feedback e reputazioni possono essere manipolati,

  • “servizi su commissione” spesso sono scam,

  • il pagamento in criptovalute rende difficile recuperare somme.
    Questo alimenta anche frodi aziendali (es. pagamenti urgenti, finti fornitori) e truffe ai privati.

Contenuti illegali e traumatici: il rischio “non tecnico”

Un tema delicato (e spesso sottovalutato) è l’esposizione a contenuti illegali o psicologicamente disturbanti. Qui il consiglio professionale è semplice: evitare la curiosità esplorativa in ambienti non controllati. Se ci si imbatte accidentalmente in contenuti gravi, la priorità è interrompere la navigazione e rivolgersi a canali istituzionali/professionali (senza “gestire da soli” la situazione).

Il mercato nero digitale: dati rubati, accessi aziendali e crime-as-a-service

Per capire i pericoli, bisogna capire la filiera: oggi il dark web è soprattutto un ecosistema di vendita, rivendita e intermediazione, non un “far west casuale”.

Cosa viene venduto davvero (e perché vale)

Le categorie più ricorrenti sono:

  • credenziali (email/password) in dump e raccolte pronte all’uso;

  • combo list per attacchi automatizzati (credential stuffing);

  • “log” da infostealer, cioè dati rubati da malware (cookie, sessioni, password, wallet);

  • accessi aziendali (VPN, RDP, cloud) venduti da intermediari specializzati.

È qui che il furto di dati diventa un problema concreto anche per chi “non entra mai nel dark web”: i dati sottratti circolano e vengono sfruttati ovunque.

Initial Access Broker e ransomware: la catena dell’estorsione

Secondo analisi e report di law enforcement, una parte rilevante dell’economia criminale ruota attorno alla vendita di “accesso iniziale” e ai servizi collegati al ransomware (affiliate, kit, supporto). In pratica: chi entra non è sempre chi estorce; spesso sono ruoli diversi, coordinati come una filiera.

Dark AI e deepfake: quando l’attacco diventa “cognitivo”

Nel 2025–2026 cresce un rischio specifico: non solo furto tecnico, ma manipolazione della fiducia. Qui emergono strumenti e pratiche che rendono più semplice colpire anche chi non ha competenze informatiche.

“Dark LLM”, phishing perfetto e social engineering su misura

Ricercatori e aziende di sicurezza hanno descritto la presenza di tool “underground” (spesso pubblicizzati come WormGPT, FraudGPT e varianti) orientati a generare messaggi persuasivi, scenari di truffa, e contenuti per ingegneria sociale. Va anche detto: in parte c’è hype e molta truffa “tra criminali”, ma l’effetto pratico è reale—abbassa la barriera d’ingresso.

Deepfake in tempo reale e BEC: il rischio per aziende e famiglie

Oggi un deep fake (voce o video) può essere usato per:

  • falsificare una richiesta urgente di pagamento (Business Email Compromise e varianti),

  • impersonare un dirigente o un familiare,

  • rendere credibile una truffa “in diretta” durante una call.

Qui la difesa è procedurale, non solo tecnica: regole di verifica, “richiamare al numero ufficiale”, doppia approvazione per pagamenti, e formazione.

Dark Web Monitoring: a cosa serve davvero (e quando ha senso)

Molti si chiedono se il monitoraggio sia utile o solo marketing. La risposta dipende da rischio, dimensione e asset: per un’azienda può diventare una leva concreta di prevenzione; per un privato è più utile usare canali affidabili di alert su credenziali esposte.

Perché è rilevante (anche per compliance e reputazione)

Il monitoraggio mira a intercettare segnali precoci: credenziali in vendita, menzioni di dominio, dati di clienti, discussioni su vulnerabilità sfruttate. È un tassello di threat intelligence utile a ridurre tempi di reazione.

Il costo di un data breach: numeri che spiegano il “perché”

A livello globale, IBM ha stimato nel report 2024 un costo medio di violazione pari a 4,88 milioni di dollari. Nel report 2025, IBM indica una media globale di 4,4 milioni, attribuendo il calo (tra i fattori) a identificazione e contenimento più rapidi. In entrambi i casi, parliamo di impatti economici importanti tra risposta tecnica, fermo operativo e danno reputazionale.

Legalità: “navigare è reato?” e cosa fare in caso di problemi

Tema ricorrente: “Posso finire nei guai anche solo guardando?”. In Italia (come in molti Paesi occidentali) l’uso di strumenti come Tor non è di per sé illegale: la responsabilità nasce dalle azioni (acquisti illeciti, diffusione/possesso di materiale illegale, accessi abusivi, ecc.).

Se l’obiettivo è proteggere la privacy (ad esempio in contesti sensibili), il punto è non confondere “mezzo” e “condotta”. Se invece c’è il sospetto di un incidente (esposizione dati, truffa, estorsione), è opportuno muoversi con metodo e, quando serve, con supporto professionale.

Cosa fare se scopri che i tuoi dati (o quelli della tua azienda) circolano

Chiudiamo con le azioni più utili e “a prova di panico”, valide sia per privati sia per imprese.

Contromisure immediate

  • Cambia password e attiva MFA/2FA (priorità agli account email e bancari).

  • Revoca sessioni e dispositivi collegati dove possibile.

  • Controlla movimenti e imposta alert su carte/conti.

  • Verifica se ci sono accessi anomali: qui entrano big data e privacy (log, correlazioni, segnali deboli) gestiti con criterio e nel rispetto delle norme.

Contromisure strutturali (azienda)

  • Formazione anti-phishing e procedure per pagamenti/fornitori (riduce frodi aziendali e BEC).

  • Backup offline e test di ripristino.

  • Segmentazione, hardening, EDR/XDR dove appropriato.

  • Se c’è evidenza di compromissione: attivare digital forensics per ricostruire cosa è successo e preservare prove (utile anche per individuare i cybercriminali e per azioni legali).

Conclusione

In un’agenzia investigativa come Phersei, questi temi vengono trattati con un principio semplice: separare i miti dai segnali verificabili. Che si tratti di un sospetto cybercrime, di furto di dati o di tentativi di manipolazione tramite deepfake, la tutela passa da prevenzione, raccolta ordinata delle evidenze e interventi proporzionati al rischio.

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