Deep Web e Dark Web: cosa sono e pericoli per la sicurezza
Quando si parla di dark web e deep web pericoli, l’errore più comune è immaginare “un posto oscuro” dove si finisce con un clic. In realtà, stiamo parlando di livelli diversi della rete, con funzioni diverse: una parte è semplicemente “non indicizzata” (e spesso assolutamente legittima), un’altra è intenzionalmente anonima e quindi più esposta a truffe, mercati criminali e attività di cybercrime.
Capire questa distinzione è il primo passo per ridurre i rischi, proteggere la privacy e, se serve, attivare azioni investigative e di tutela.
Indice dei contenuti
- Deep Web e Dark Web: differenze, miti e perché conta saperle distinguere
- Tor e anonimato: protegge, ma non rende “invisibili”
- I pericoli reali: non è “il dark web in sé”, ma cosa ci gira intorno
- Il mercato nero digitale: dati rubati, accessi aziendali e crime-as-a-service
- Dark AI e deepfake: quando l’attacco diventa “cognitivo”
- Dark Web Monitoring: a cosa serve davvero (e quando ha senso)
- Legalità: “navigare è reato?” e cosa fare in caso di problemi
- Cosa fare se scopri che i tuoi dati (o quelli della tua azienda) circolano
Deep Web e Dark Web: differenze, miti e perché conta saperle distinguere
Prima di parlare di pericoli, serve chiarezza terminologica: la confusione tra “deep” e “dark” è ciò che alimenta ansia, false credenze e comportamenti rischiosi. Qui sotto trovi i concetti essenziali e come leggerli in modo realistico.
Surface Web: la parte visibile
Il Surface Web è ciò che i motori di ricerca indicizzano: siti pubblici, notizie, e-commerce, social. È “la punta dell’iceberg”, ma non perché sia più sicuro: semplicemente è più visibile e monitorabile.
Deep Web: “non indicizzato” non significa “illegale”
Il Deep Web include contenuti non indicizzati per motivi tecnici o di accesso: home banking, webmail, portali aziendali, cartelle cliniche, database e archivi. Per questo viene spesso stimato come la porzione più grande del web (le percentuali variano molto a seconda di come la si misura). L’idea chiave è: il deep web è soprattutto privacy e accesso controllato, non “criminalità”.
Dark Web: il sottoinsieme “volutamente anonimo”
Il Dark Web è un sottoinsieme del deep web accessibile tramite reti e strumenti progettati per l’anonimato (es. Tor, I2P, Freenet). Qui convivono usi legittimi (protezione di fonti, dissidenti, giornalisti) e usi illeciti (mercati neri, forum criminali, scambio di dati rubati).
Tor e anonimato: protegge, ma non rende “invisibili”
Molti dubbi ruotano attorno a Tor: “Se uso Tor sono anonimo?” “Il mio provider vede qualcosa?” “Mi mettono in una lista?”. La risposta corretta è più sfumata: Tor riduce la tracciabilità, ma non elimina i rischi se l’utente commette errori o se entra in scenari ad alta esposizione.
Come funziona (in breve) l’onion routing
Tor usa l’onion routing: il traffico passa attraverso più nodi e più strati di cifratura, così nessun singolo nodo conosce origine e destinazione insieme. L’idea nasce negli anni ’90 e si è evoluta fino alla rete Tor moderna.
“Tor mi rende invisibile?”: i punti critici più ignorati
Anche con Tor, restano rischi concreti:
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Fingerprinting e configurazioni non standard (estensioni, font, risoluzioni) possono rendere riconoscibile un dispositivo.
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Se accedi a profili personali (email, social), colleghi identità e sessione.
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I nodi di uscita possono vedere il traffico non cifrato verso il sito finale: per questo l’HTTPS resta cruciale.
I pericoli reali: non è “il dark web in sé”, ma cosa ci gira intorno
Qui rispondiamo ai dubbi più frequenti (“mi hackerano solo entrando?”, “posso finire nei guai anche solo guardando?”) con un approccio pragmatico: cosa è davvero probabile e cosa è mito.
Malware, exploit e “drive-by”: perché il rischio aumenta
È possibile subire compromissioni anche senza “scaricare consapevolmente”, perché alcuni ambienti sono più favorevoli a:
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siti-trappola, phishing e download “gratuiti” infetti;
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catene di infezione legate a attacchi informatici più ampi (es. dropper/stealer → accesso iniziale → ransomware).
In ottica di cybersecurity, la regola non è “mai”, ma “riduci la superficie”: dispositivi aggiornati, niente software non verificato, attenzione ai file (documenti inclusi).
Truffe, ricatti e finte “garanzie”: la faccia più comune
Molti utenti cercano “mercati affidabili”, “servizi reali”, “motori di ricerca onion”. È proprio questo il punto: nel dark web la truffa è strutturale. Marketplace e forum imitano l’e-commerce con recensioni ed escrow, ma:
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feedback e reputazioni possono essere manipolati,
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“servizi su commissione” spesso sono scam,
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il pagamento in criptovalute rende difficile recuperare somme.
Questo alimenta anche frodi aziendali (es. pagamenti urgenti, finti fornitori) e truffe ai privati.
Contenuti illegali e traumatici: il rischio “non tecnico”
Un tema delicato (e spesso sottovalutato) è l’esposizione a contenuti illegali o psicologicamente disturbanti. Qui il consiglio professionale è semplice: evitare la curiosità esplorativa in ambienti non controllati. Se ci si imbatte accidentalmente in contenuti gravi, la priorità è interrompere la navigazione e rivolgersi a canali istituzionali/professionali (senza “gestire da soli” la situazione).
Il mercato nero digitale: dati rubati, accessi aziendali e crime-as-a-service
Per capire i pericoli, bisogna capire la filiera: oggi il dark web è soprattutto un ecosistema di vendita, rivendita e intermediazione, non un “far west casuale”.
Cosa viene venduto davvero (e perché vale)
Le categorie più ricorrenti sono:
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credenziali (email/password) in dump e raccolte pronte all’uso;
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combo list per attacchi automatizzati (credential stuffing);
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“log” da infostealer, cioè dati rubati da malware (cookie, sessioni, password, wallet);
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accessi aziendali (VPN, RDP, cloud) venduti da intermediari specializzati.
È qui che il furto di dati diventa un problema concreto anche per chi “non entra mai nel dark web”: i dati sottratti circolano e vengono sfruttati ovunque.
Initial Access Broker e ransomware: la catena dell’estorsione
Secondo analisi e report di law enforcement, una parte rilevante dell’economia criminale ruota attorno alla vendita di “accesso iniziale” e ai servizi collegati al ransomware (affiliate, kit, supporto). In pratica: chi entra non è sempre chi estorce; spesso sono ruoli diversi, coordinati come una filiera.
Dark AI e deepfake: quando l’attacco diventa “cognitivo”
Nel 2025–2026 cresce un rischio specifico: non solo furto tecnico, ma manipolazione della fiducia. Qui emergono strumenti e pratiche che rendono più semplice colpire anche chi non ha competenze informatiche.
“Dark LLM”, phishing perfetto e social engineering su misura
Ricercatori e aziende di sicurezza hanno descritto la presenza di tool “underground” (spesso pubblicizzati come WormGPT, FraudGPT e varianti) orientati a generare messaggi persuasivi, scenari di truffa, e contenuti per ingegneria sociale. Va anche detto: in parte c’è hype e molta truffa “tra criminali”, ma l’effetto pratico è reale—abbassa la barriera d’ingresso.
Deepfake in tempo reale e BEC: il rischio per aziende e famiglie
Oggi un deep fake (voce o video) può essere usato per:
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falsificare una richiesta urgente di pagamento (Business Email Compromise e varianti),
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impersonare un dirigente o un familiare,
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rendere credibile una truffa “in diretta” durante una call.
Qui la difesa è procedurale, non solo tecnica: regole di verifica, “richiamare al numero ufficiale”, doppia approvazione per pagamenti, e formazione.
Dark Web Monitoring: a cosa serve davvero (e quando ha senso)
Molti si chiedono se il monitoraggio sia utile o solo marketing. La risposta dipende da rischio, dimensione e asset: per un’azienda può diventare una leva concreta di prevenzione; per un privato è più utile usare canali affidabili di alert su credenziali esposte.
Perché è rilevante (anche per compliance e reputazione)
Il monitoraggio mira a intercettare segnali precoci: credenziali in vendita, menzioni di dominio, dati di clienti, discussioni su vulnerabilità sfruttate. È un tassello di threat intelligence utile a ridurre tempi di reazione.
Il costo di un data breach: numeri che spiegano il “perché”
A livello globale, IBM ha stimato nel report 2024 un costo medio di violazione pari a 4,88 milioni di dollari. Nel report 2025, IBM indica una media globale di 4,4 milioni, attribuendo il calo (tra i fattori) a identificazione e contenimento più rapidi. In entrambi i casi, parliamo di impatti economici importanti tra risposta tecnica, fermo operativo e danno reputazionale.
Legalità: “navigare è reato?” e cosa fare in caso di problemi
Tema ricorrente: “Posso finire nei guai anche solo guardando?”. In Italia (come in molti Paesi occidentali) l’uso di strumenti come Tor non è di per sé illegale: la responsabilità nasce dalle azioni (acquisti illeciti, diffusione/possesso di materiale illegale, accessi abusivi, ecc.).
Se l’obiettivo è proteggere la privacy (ad esempio in contesti sensibili), il punto è non confondere “mezzo” e “condotta”. Se invece c’è il sospetto di un incidente (esposizione dati, truffa, estorsione), è opportuno muoversi con metodo e, quando serve, con supporto professionale.
Cosa fare se scopri che i tuoi dati (o quelli della tua azienda) circolano
Chiudiamo con le azioni più utili e “a prova di panico”, valide sia per privati sia per imprese.
Contromisure immediate
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Cambia password e attiva MFA/2FA (priorità agli account email e bancari).
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Revoca sessioni e dispositivi collegati dove possibile.
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Controlla movimenti e imposta alert su carte/conti.
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Verifica se ci sono accessi anomali: qui entrano big data e privacy (log, correlazioni, segnali deboli) gestiti con criterio e nel rispetto delle norme.
Contromisure strutturali (azienda)
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Formazione anti-phishing e procedure per pagamenti/fornitori (riduce frodi aziendali e BEC).
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Backup offline e test di ripristino.
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Segmentazione, hardening, EDR/XDR dove appropriato.
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Se c’è evidenza di compromissione: attivare digital forensics per ricostruire cosa è successo e preservare prove (utile anche per individuare i cybercriminali e per azioni legali).
Conclusione
In un’agenzia investigativa come Phersei, questi temi vengono trattati con un principio semplice: separare i miti dai segnali verificabili. Che si tratti di un sospetto cybercrime, di furto di dati o di tentativi di manipolazione tramite deepfake, la tutela passa da prevenzione, raccolta ordinata delle evidenze e interventi proporzionati al rischio.
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