intervista a cura di Valeria Nicolosi

Dall’esperienza alla responsabilità. Oggi l’avvocato deve essere socialmente responsabile. Agli avvocati è richiesto oggi di possedere una lente di ingrandimento rivolta ai più deboli, ai cosiddetti soggetti vulnerabili e ai loro bisogni.

Ma di cosa si tratta esattamente?

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Maria Giovanna Ruo, presidente dell’associazione Cammino (Camera nazionale degli avvocati per la persona, le relazioni familiari e i minorenni), e nota anche per la sua partecipazione televisiva come giudice nella trasmissione “Forum”.

Cammino – ha spiegato l’avvocato Ruo – si è fatta interprete e promotrice del principio di responsabilità sociale dell’avvocatura introdotto a livello europeo e nazionale dai rispettivi organismi rappresentativi apicali. Il principio, in buona sintesi, interpreta correttamente il ruolo di difesa dei diritti non solo nel singolo caso, ma anche nella società in senso ampio. L’avvocatura è l’anello di congiunzione tra la vita e il diritto, recepisce per prima la nuova domanda di giustizia che non sempre trova risposta nell’ordinamento vigente. L’avvocatura ha quindi il  diritto/dovere di portare in emersione la nuova domanda di giustizia, quella che non trova risposta o trova una risposta solo parziale nelle leggi, quella che viene mortificata in prassi interpretative o applicative non rispondenti al principio di effettività nella tutela dei diritti. Nell’area persone, relazioni familiari e minorenni, la responsabilità sociale dell’avvocato acquisisce anche altro significato: in tale area vige il principio di tutela rafforzata del soggetto più fragile, di quello vulnerabile.

Nella gestione dei singoli casi, bisogna tenere  presente, ad es., che è l ‘interesse del minore che deve prevalere, e che sono recessivi gli altri diritti in gioco delle persone adulte e pienamente capaci.

Se non si ha ben presente questo aspetto, e non si esercita la professione anche nel singolo caso tenendo la “bussola” ben ferma sul principio, assecondando talvolta le volontà conflittuali dei Clienti,  si sbaglia non solo la linea difensiva e si corre il rischio di “perdere  la causa”, ma presumibilmente si costruiscono le basi per un pregiudizio serio per i figli minorenni coinvolti, esacerbando le situazioni che molto spesso si rivolgono in loro danno e poi, per le conseguenze sul loro sviluppo psico-fisico, anche contro i genitori. Questi infatti possono poi trovarsi con problemi vari di figli coinvolti in un conflitto esacerbato. Bambini lacerati nel conflitto sono molto spesso adolescenti e giovani adulti problematici, che vivono male le loro relazioni riproducendo la violenza che hanno direttamente o indirettamente appreso dalla relazione esasperatamente contrapposta dei genitori: divengono rancorosi, rivendicativi, fragili, con un continuo senso di inadeguatezza, quando non vi sono comportamenti devianti in senso proprio o, peggio, non virano verso disturbi della personalità più o meno grave. Ormai, essendo queste situazioni sempre più diffuse, si considera un problema di “salute pubblica”.

Gestite spesso casi delicati dal punto di vista umano come divorzi, affidamenti e abbandoni. Che ruolo hanno le investigazioni private in questo settore di indagini?

“Le investigazioni private possono svolgere diversi ruoli: da quello classico dell’infedeltà, ad altri più complessi, articolati e in definitiva più utili della ricostruzione dell’effettiva consistenza patrimoniale e reddituale, e quindi delle effettive voci di entrata e di spesa, dell’effettivo ruolo svolto dal soggetto all’interno di organizzazioni varie, società, studi ed uffici, al tenore di vita. Nel nostro Paese vi è consistente opacità fiscale e talvolta le dichiarazioni fiscali non corrispondono alle utilità delle quali effettivamente si gode, talvolta anche nell’utilizzo di beni (ad es. imbarcazioni, abitazioni, vacanze). Oppure talvolta, come quando si tratta di grandi minori che sono sfuggiti e sfuggono al controllo genitoriale conducendo attività ai limiti o oltre la legalità, o anche per loro stesso pregiudizievoli, per le situazioni in cui sono coinvolti, può essere opportuno rivolgersi all’investigazione privata”. 

In che termini legali è possibile avvalersi della collaborazione di un investigatore privato quando si è in presenza di minori? 

L’investigazione che coinvolga persone di minorenni deve essere sempre autorizzata dai entrambi i genitori se esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore, anche provvisorio. Può essere utilizzata sempre e comunque solo nell’interesse del minorenne coinvolto, nella totale riservatezza e ai meri fini della difesa dei suoi diritti. Non riterrei corretta l’investigazione sul comportamento di un genitore nei confronti dei figli minorenni richiesta dall’altro genitore. In caso di sospetto abuso genitoriale, è l’Autorità giudiziaria che deve indagare con i mezzi propri. 

Per quanto riguarda indagini su maltrattamenti a minorenni da parte di terzi il consenso, come ho già detto essere prestato da entrambi i genitori; per le vittime di cyberbullismo, possono essere utili indagini telematiche che ricostruiscano – ove possibile – le fonti della divulgazione di notizie, foto, video, per la tutela del minorenne bullo.

A tal proposito, a che punto è il DDL Pillon? Che ne pensate del concetto di bigenitorialità?

“La bigenitorialità è essenziale per il corretto sviluppo psico-fisico dei figli minorenni, perchè sviluppino bene la loro identità personale, sociale, affettiva: i figli hanno diritto ad entrambi i genitori. Questo non vuol dire che abbiano bisogno di pariteticità di tempi o che abbiano sempre bisogno di entrambi allo stesso modo: da 0 a 18 anni si è persone molto diverse e, come nelle famiglie conviventi, si necessità in alcune fasi più della figura materna ed in altre più di quella paterna. Usare stereotipi o modelli astratti è errato: e in questo il DDL Pillon (a parte i molti aspetti tecnici critici per i quali rimando alla nostra audizione in Senato dà una soluzione sbagliata a un problema esistente: quello di un’applicazione troppo formale della normativa sull’affidamento condiviso.

Altre soluzioni sono pure non corrette: come quella di prevedere il mantenimento diretto. Non che il principio sia sbagliato in sè: il fatto è che nelle situazioni di alta conflittualità tale modalità da una parte si presta all’incremento della conflittualità stessa (gli dovevi comprare le scarpe e hai preso quelli più scadenti sul mercato… non hai ancora comprato il cappotto a tua figlia che è cresciuta… la bambina voleva un giubbotto blu e tu per risparmiare glielo hai comprato giallo: perchè poi, al di là della proclamazione di bei principi, questo succede) dall’altra, in caso di inadempimento, ha modalità molto più complesse per l’esecuzione forzata. Quindi andrebbe a danno dei figli, il che non è possibile. Un nodo da risolvere è quello dell’assegnazione della casa familiare: la convivenza cessa a volte dopo pochissimo tempo dalla nascita di un figlio, e la casa rimarrà assegnata al genitore prevalentemente convivente fino a che non avrà 30 anni, secondo il trend attuale. Nel frattempo il genitore proprietario o comproprietario deve cercarsi una casa diversa, se avrà altri figli questi rimarranno esclusi dal godimento della casa pure di sua proprietà e non ne potranno usufruire quale ricchezza utilizzabile: insomma crea sperequazioni tra i primi figli assegnatari e quelli che verranno. Il che non è giusto e corretto. E spesso la destinazione della casa familiare al primo nucleo crea l’impossibilità per chi ne ha o ne condivide la proprietà di acquistarne un’altra, Insomma l’assegnazione non dovrebbe avere la durata che in sede applicativa ha.

Il DDL Pillon coglie molte vere criticità nell’applicazione e interpretazione della normativa sull’affidamento condiviso, ma poi non riesce a centrare le soluzioni che appaiono inidonee. Insomma: diagnosi (parzialmente) giusta ma terapia sbagliata. Ma così il paziente muore lo stesso.