Quando le agenzie investigative possono essere incaricate di controllare il lavoro di un dipendente infedele?

Secondo gli organi di stampa, lo scorso Luglio la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 15094/2018, “ha dichiarato illegittimo l’utilizzo di agenzie investigative per controllare la prestazione lavorativa”. In realtà, sebbene in sintesi possa sembrare cosi, di fatto la sentenza della Corte ha solo ribadito un concetto già noto sia alle aziende, sia alle società di investigazioni, ovvero che non si può indagare l’operato di un dipendente all’interno del luogo di lavoro.

“Secondo i giudici della Cassazione – ci spiega stamane Marzio Ferrario, amministratore delegato dell’agenzia investigativa Phersei – l’errore dell’azienda non è stato nell’avere avviato una collaborazione con la società investigativa ma nell’obiettivo stesso dell’incarico affidato”.

La sentenza, infatti, ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un dipendente che era stato controllato nell’ambito delle sue prestazioni lavorative.

Il dipendente era stato licenziato – con una sentenza di primo grado della Corte d’Appello di Roma del 20 aprile 2016 – per aver “rappresentato alla propria azienda un’attività lavorativa in realtà non svolta” violando così il “dovere di diligenza nell’adempimento della prestazione lavorativa”. L’accertamento della negligenza, tuttavia, era avvenuto per il tramite di un’agenzia di investigazione che aveva provato la mancata esecuzione degli obblighi di controllo presso cantieri esterni all’azienda e la falsa attestazione.

“Ma qui l’errore – continua l’AD di Phersei – l’accertamento era riferito a momenti in cui il dipendente si trovava fuori dall’azienda ma comunque in orario lavorativo. Motivo per il quale, secondo i giudici della Cassazione, le prove dell’investigatore risultavano, anche se fondate, non valide ai fini della legittimità del licenziamento”.

Considerandolo illegittimo il licenziamento, pertanto, la Corte ha ribadito che il rapporto con le agenzie investigative deve comunque rispettare la privacy dei soggetti posti sotto verifica.

Ai sensi dell’articolo 3, L. 300/1970, la vigilanza dell’attività lavorativa è prerogativa esclusiva dei datori di lavoro e dei collaboratori da loro indicati. Il controllo sull’attività lavorativa non può essere occulto e ciò significa che i dipendenti devono essere informati in anticipo di chi è la persona incaricata di fare le verifiche.

L’utilizzo di investigatori privati si rende necessario al fine di accertare l’infedeltà del dipendente che, in momenti non direttamente lavorativi (ad esempio in malattia o durante congedi), mette a rischio il patrimonio aziendale.

  • Il ricorso al detective è consentito quando il dipendente è fuori dall’azienda ed esiste il fondato motivo che il dipendente si stia rendendo protagonista del compimento di un reato anche in danno all’azienda, pertanto l’agenzia non è incaricata di verificare l’operato tecnico del lavoratore ma solo di accertare l’illeceità del suo comportamento.
  • Il ricorso al detective NON è consentito invece quando il fine del controllo disposto è verificare l’adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti all’interno dei luoghi di lavoro. Il datore non può eseguire controlli sui dipendenti né con il proprio personale, né con personale. L’investigatore non può seguire il dipendente quando lui è “in missione” o quando svolge la propria attività fuori dall’azienda.

“La lezione più importante stabilita da questa sentenza non è tanto nel giudizio sulla validità del licenziamento o meno ma – conclude Marzio Ferrario – nella definizione di una linea di confine tra i controlli occulti leciti e quelli illeciti”.

Purtroppo, nel tentativo di andare incontro all’esigenza dell’azienda di tutelare il proprio patrimonio cercando comunque di rispettare la dignità del dipendente ci si trova spesso davanti ad un limite invisibile. E proprio per non superarlo, si rende necessaria la presenza di un investigatore terzo in grado di accertare con professionalità e competenza la veridicità delle prove senza invadere la privacy altrui.